MARCO TUCCI
MELFI. Ancora cumuli di risulta edile abbandonata in spregio alle norme che ne
indicano il modo di smaltimento, all’inquinamento dell’ambiente che si provoca
colpevolmente, al danno d’immagine e per la salute pubblica che si produce per
la comunità rappresentata. E, purtroppo, a Melfi questo malcostume ha, da
tempo, assunto contorni da fenomeno tanto che, negli ultimi quindici mesi, la
Gazzetta ne ha scritto per una decine di volte. Visto che, però, l’andazzo
prosegue, pure stavolta bisogna parlarne, anche per la meritoria opera di
segnalazione della sede locale dell’Archeoclub d’Italia. Gli appassionati soci
presieduti dal fotografo Vincenzo Fundone, infatti, si sono dimostrati attenti,
contemporaneamente al recupero del patrimonio storico, alla salvaguardia della
natura che circonda i rinvenimenti effettuati. Ecco, nello specifico, la
segnalazione di laterizi buttati in contrada Valchiera, sulla vecchia strada
che, dalla millenaria Porta Venosina, conduce al cimitero. E’ il luogo dove, da
alcuni giorni, è in corso il distacco di un affresco del XV secolo rinvenuto in
una grotta votiva. Per arrivarci si costeggia il tratto del torrente Melfia che
scorre verso Rapolla. Dentro ad ai margini del suo greto, i soliti ignoti hanno
pensato bene di scaricare ciò che, evidentemente, è avanzato da lavori in
edilizia. <<Avviene perché non si ha intenzione di pagare l’opera degli
impianti di frantumazione inerti a cui, di regola, si dovrebbe conferire il
materiale. Ma, illegittimamente- sottolineano in coro quelli dell’Archeoclub-
si infrange la legalità andando a compiere quello che è un autentico reato.
Magari, con il favore del buio, visto che ci si imbatte nei mucchi dalla sera
alla mattina e, per giunta, senza alcun interessa per l’acqua sottostante che
irriga i terreni laterali>>. Ed a proposito del fiumiciattolo che avrebbe dato
il nome alla città di Melfi, i fatti raccontati incidono in un perimetro che,
al contrario, dovrebbe essere tenuto in estrema considerazione. Perché, in
particolare, il tratto è caratterizzato dai ruderi di antichi mulini ad acqua
che, a partire da quattro secoli fa, funzionavano proprio grazie alla forza del
liquido convogliato. Se ne possono contare cinque, ed uno, a fianco del
manufatto che sul posto è conosciuto come “Pontacchio”, ha ancora i muri eretti
e comunica l’idea di costruzione. <<Sono tutti proprietà singola- ha riferito
il presidente Fundone- e quindi i titolari non possono essere, economicamente,
chiamati in causa per la conservazione. Servirebbe, forse, il sostegno
finanziario degli organi competenti per svolgere un progetto del genere, o
almeno il coinvolgimento di privati sensibili al tema>>. Fermo restando, ad
ogni buon conto, che il primo passo deve essere la fine della brutta noncuranza
di disfarsi a piacimento di immondizia, per niente biodegradabile e,
oltretutto, dannosa per molti anni in futuro.










